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Il coraggio di chiedere aiuto

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Il coraggio di chiedere aiuto costituisce il primo e il più importante passo verso il proprio benessere. Ci sono momenti nella nostra vita in cui è necessario fermarsi e prendersi cura di sé, della propria sofferenza. Spesso si ha paura di chiedere aiuto, si prova vergogna e senso di colpa; eppure cercare un sostegno e rivolgersi ad uno specialista per affrontare il proprio malessere (o di un proprio caro) è un atto di grande coraggio, forza e determinazione.

Tuttavia si cerca sempre di superare da soli i propri problemi, rimanendoci però imbrigliati. Ci si sente “pazzi” a chiedere aiuto ad un professionista della psiche, dimenticando che “psychè”, dal greco, significa anima e “iatros” significa medico: letteralmente “medicina, cura  dell’anima“.

Le nostre anime spesso soffrono e sentono disagio e frustrazione, correlati al senso di impotenza circa la possibilità di trovare soluzioni al proprio malessere. Spesso la mente si difende, vuole dimenticare, non vuole pensarci, ma non ti fa più vivere come prima, perché non è più come prima.

Ci sentiamo intrappolati dentro un tunnel, ove non riusciamo più a vedere la luce avanti, né la luce indietro. Ci costruiamo corazze pensando che ci proteggano dall’esterno, da tutto ciò che ci fa paura. Iniziamo ad evitare sempre di più situazioni ed eventi, chiudendoci sempre di più in noi stessi, sentendoci poi sempre più soli.

Rivolgersi allo psicologo è un modo per prendersi cura di sé, per placare la mente, trovando un tempo ed un luogo proprio ed esclusivo, in cui essere ascoltati e compresi, dove  trovare soluzioni ai propri disagi ed alle proprie frustrazioni.

L’intervento psicologico e la “Terapia Breve”, fornisce sostegno e supporto, ma anche, soprattutto, nuove idee, risorse e strumenti per affrontare le sfide della vita e superarle, migliorando il proprio benessere psicologico e la propria qualità di vita e quella dei propri cari.

Chiedere aiuto è un modo per rompere la solitudine. Ognuno di noi ha il diritto di stare bene, di essere amato e compreso e soprattutto aiutato.

“La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta”.

(Proverbio Cinese)

a cura del

dott. Alessandro Di Martino

Psicologo – Psicoterapeuta

Napoli – Pianura – Vomero

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Tagliarsi e sentirsi meglio. Cutting ed autolesionismo

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Cutting vuol dire tagliarsi la pelle con lamette o qualsiasi altro oggetto affilato, ad esempio chiodi, forbici, coltelli, fermagli, pezzi di vetro, senza avere l’intenzione di uccidersi. È una forma di autolesionismo attuata in modo deliberato e ripetitivo. 

Perché tagliarsi?

Tagliarsi è un comportamento che spesso comincia nell’adolescenza, intorno ai tredici anni, diffuso soprattutto tra le ragazze. Non c’è un’unica spiegazione che renda conto dei motivi per cui una persona può decidere di tagliarsi.

Se alcuni ragazzi e ragazze si tagliano, è per controllare e interrompere, in modo indiretto, un dolore mentale troppo forte, un’angoscia troppo intensa e insostenibile: preferiscono soffrire nel corpo che psicologicamente, preferiscono il dolore fisico al dolore mentale e fanno in modo che il dolore fisico prenda il posto di quello mentale. Le ferite inflitte al corpo sono un mezzo estremo con cui lottare contro la sofferenza psicologica.

Per altri adolescenti tagliarsi è un modo per percepire di esistere ed essere vivi: meglio un dolore fisico che non sentire niente o sentirsi vuoti e inutili.

Tagliarsi da un senso di sollievo, addirittura euforia, come se dai tagli fuoriuscissero finalmente le emozioni che non si riescono a tollerare dentro di sé: la disperazione, la tristezza, il sentirsi rifiutati, la solitudine e soprattutto la rabbia. È una rabbia che diventa odio contro se stessi e la propria incapacità nel gestire una data situazione. Tagliarsi può permettere allora di abbassare una tensione estrema.

La ferita crea un rifugio provvisorio, che consente all’individuo di riprendere fiato: […] serve a scaricare una tensione, un’angoscia che non lascia più alcuna scelta, nessun’altra risorsa – e di cui l’individuo deve potersi liberare. Le Breton

Tagliarsi, ma anche bruciarsi con le sigarette (burning) o marchiarsi a fuoco la pelle con un laser o un ferro rovente (branding) o grattarsi sino a farsi uscire il sangue, permette, in assenza di strategie più mature e funzionali, di ristabilire un equilibrio, di ricollocarsi nella propria vita, di esprimere la propria indipendenza affettiva dai genitori.

I segni e le cicatrici lasciati da questi gesti autodistruttivi racchiudono una sofferenza per la quale la persona non ha ancora trovato parole per raccontarla e spiegarla.

Il corpo che cambia, amato e al tempo stesso rifiutato, il corpo dove nasce il desiderio sessuale e in cui si radica l’identità è il terreno di battaglia di ogni adolescente, di ogni ragazzo e ragazza. Con il tagliarsi, l’adolescente cerca una disperata via d’uscita dalla fatica per lui insostenibile della crescita, dal senso di fallimento per il non sentirsi in grado di farcela a diventare grande. L’adolescente tenta così di affermare se stesso, utilizzando l’unica cosa su cui gli sembra di potere esercitare un controllo: il suo corpo.

Come accorgerti che tuo figlio o un tuo amico si tagliano?

Chi decide di tagliarsi lo fa di solito di nascosto e cerca di mantenere il segreto su questo comportamento. Eventuali indicatori dell’esistenza di comportamenti di cutting, burning o branding possono essere:

  • vestiti non appropriati alla stagione, ad esempio indossare esclusivamente camicie o magliette con le maniche lunghe in piena estate;
  • macchie di sangue sui vestiti;
  • ferite, lividi o tagli non spiegati;
  • possesso di oggetti taglienti (rasoi, lamette, forbici, coltellini, aghi, pezzi di vetro);
  • isolamento, ad esempio passare molto tempo in bagno;
  • irritabilità;
  • difficoltà nel fronteggiare forti emozioni
  • rabbia eccessiva o umore depresso.

Che fare dinanzi all’autolesionismo?untitled

Reagire con disgusto, colpevolizzare, liquidare questi comportamenti di cutting, burning e branding come ragazzate o ridurli alla  mera richiesta di attenzione non serve a molto. Sono gesti che racchiudono una profonda sofferenza e che concedono a chi li attua una tregua, la parvenza di un conforto, una forma di autoaiuto che va innanzitutto rispettata: per quanto possa apparire assurdo, questo è il miglior modo che la persona ha sinora trovato per padroneggiare i suoi problemi e continuare a vivere. Probabilmente non ne è affatto fiera, anzi, se ne vergogna e pensa che nessuno possa capire cosa prova.

Se si vuole aiutare un amico o un figlio che si taglia o si fa del male in altro modo, il punto di partenza è non giudicare e offrire sostegno. Offrire sostegno vuol dire evitare ultimatum, punizioni o minacce: se fosse stato facile, la persona avrebbe già smesso. Offrire sostegno significa aiutarla a riconoscere le emozioni e a gestirle in modo diverso che con i tagli, incoraggiarla a capire a che le serve tagliarsi e a individuare strade più sane per esprimere i suoi stati d’animo. Tutto questo non è facile e rivolgersi a un esperto è il più delle volte la cosa più sensata.

a cura del

dott. Alessandro Di Martino

Psicologo – Psicoterapeuta

Napoli – Pianura – Vomero

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Ipocondria. Il malato immaginario

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Che cos’è l’ipocondria?          

L’ipocondria è un disturbo psicologico la cui sintomatologia prevalente può essere sintetizzata nella paura di ammalarsi. La preoccupazione scaturisce dall’erronea interpretazione di sintomi che il paziente può accusare, e che persistono anche dopo accurati esami e rassicurazioni dei medici. Spesso queste persone ritengono di non ricevere le giuste attenzioni e le cure necessarie.

La paura può diventare molto forte ed invalidante. Sentire solo parlare di malattie e di infezioni, da quelle più comuni e banali a quelle più rare e complesse, porta la persona a stati di profondo malessere e profonda paura. Queste vengono tranquillizzate solo tramite rassicurazioni mediche, che tuttavia durano pochi minuti.

Vi sono cinque elementi principali per sintetizzare questa patologia:
a) presenza di sintomi fisici, di solito multipli, spesso vaghi, talvolta estremamente specifici;
b) preoccupazione relativa al proprio corpo, ai sintomi fisici e rispetto a temi di salute e malati;
c) paura che una malattia seria possa instaurarsi;
d) sospetto e/o certezza che una malattia seria sia già in atto;
e) resistenza alla rassicurazione medica routinaria;

L’ipocondria viene descritta dai manuali psicodiagnostici come la preoccupazione eccessiva per il proprio stato di salute o la convinzione di avere una malattia grave. Questa è una malattia al confine tra il somatico e lo psichico, la cui età di esordio è compresa tra i 20 e i 30 anni. Tipicamente gli ipocondriaci rifiutano la possibilità di avere un problema psicologico, e tendono a mal interpretare la serietà di innocue e naturali fluttuazioni corporee ed a preoccuparsi enormemente per sintomi riferibili a condizioni mediche generali.

Le paure ipocondriache sono di due tipi: la paura di avere una malattia, e la paura di poter contrarre una malattia in futuro; il paziente può nutrirle entrambe perché entrambe associate alla paura della morte. Può terrorizzarsi o entrare in ansia anche se sente parlare di malattie o vedere persone che appaiano malate o legate al mondo degli ospedali e della medicina.

Queste persone sentono la forte necessità di ricorrere costantemente a medici specialisti, sottoporsi ad innumerevoli visite, esami diagnostici e terapie, per scongiurare malattie e malori (infarti, tumori, leucemie le più frequenti) di ogni genere, comportando un grosso dispendio di denaro.

Il decorso dell’ipocondria è cronico e l’associazione con disturbi d’ansia, depressivi e ossessivi compulsivi è molto frequente.

La vita familiare viene focalizzata attorno al benessere fisico dell’interessato. Le relazioni sociali possono venire disturbate: i pazienti possono adottare in maniera stabile il “ruolo di malato”, vivendo come invalidi ed evitando sforzi occupazionali o responsabilità personali.

Quali sono le cause?

Sono molto varie le cause legate all’insorgere di questo problema. Tipicamente l’ipocondria esordisce quando la persona è sotto stress, seriamente malata o in fase di convalescenza per una malattia seria o quando ha subìto la perdita di un familiare. L’ipocondria può anche insorgere quando una persona è esposta a informazioni mass-mediatiche relative alle malattie.

Come si cura?          
Rivolgendosi ad uno specialista psicoterapeuta. Il trattamento psicoterapeutico prevede i seguenti elementi:

  1. Una corretta psicoeducazione che contenga tutte le informazioni relative alla natura e al trattamento dell’ipocondria;
  2. La promozione di interpretazioni alternative dei sintomi, dello stato di salute in generale e della propria vulnerabilità alla malattia;
  3. La riduzione dei fattori di mantenimento del disturbo quali la ricerca di rassicurazione, continue visite mediche, l’evitamento di eventi e situazioni;
  4. Lo sviluppo di abilità di gestione dell’ansia;
  5. La riduzione del comportamento “da malato”, con ripristino del normale regime di attività;
  6. L’intervento per l’elaborazione di eventuali traumi scatenanti (malattie, lutti, interventi).

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dott. Alessandro Di Martino

Psicologo – Psicoterapeuta

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Cosa sono le ossessioni e come curarle

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Il disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è caratterizzato dalla presenza di pensieri ossessivi associati a compulsioni (particolari azioni o rituali da eseguire).Le ossessioni sono delle idee fisse, irrazionali che si presentano ripetutamente nella mente (esempio lo sporco, idee come “non ho chiuso il gas”, ricordare nomi e numeri ecc.). Le compulsioni, invece, sono dei rituali, dei gesti ripetitivi che una persona non può fare a meno di compiere altrimenti cade in ansia.

Secondo il DSM-IV, il DOC è caratterizzato da sintomi ossessivi e/o compulsivi (pensieri e/o comportamenti) che diventano fonte di marcata sofferenza e di un enorme spreco di tempo (più di un’ora al giorno) e interferendo con le normali attività quotidiane e con il funzionamento sociale e lavorativo del soggetto.

Cosa sono le ossessioni?

Per ossessioni si intendono dunque pensieri, impulsi, o immagini mentali che sono ricorrenti e persistenti, che causano ansia, che sono vissuti dalla persona come intrusivi ed incontrollabili. La persona tenta di ignorare o allontanare tali pensieri, oppure cerca di distrarsi con altri pensieri o azioni. Questa è una tentata soluzione che a volte funziona, ma il più delle volte no, ed inoltre, più la paura viene evitata e controllata, più questa sarà invasiva.

La persona è perfettamente consapevole dell’irrazionalità dei suoi pensieri, e che i suddetti sono un prodotto della propria mente. Pur riconoscendone l’irragionevolezza lotta costantemente per allontanarle dalla propria mente cercando di uscire dai labirinti mentali entro cui è rimasto imprigionato.

Cosa sono le compulsioni?

Le compulsioni, genericamente, si riferiscono al bisogno irrazionale di compiere determinate azioni, rituali, forme di pensiero in risposta a uno stato d’animo all’interno della persona. Possiamo così definirle:

  • Comportamenti o azioni mentali ripetitivi che l’individuo si sente obbligato a eseguire, come una sorta di rituale stereotipato (che può servire a “riparare” un “danno” oppure a diminuire l’ansia causata da un pensiero), per difendersi da una certa ossessione.
  • I comportamenti o le azioni mentali sono mirate a combattere le ossessioni;
  • Le compulsioni possono riguardare diverse tematiche come la contaminazione, il perfezionismo, l’ordine, il controllo.

I criteri diagnostici suggeriti dal DSM-IV per il DOC prendono in considerazione cinque punti:

  1. pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento nel corso del disturbo, come intrusivi e inappropriati, e che causano ansia o disagio marcati;
  2. i pensieri, gli impulsi o le immagini non sono semplicemente eccessive preoccupazioni per i problemi della vita reale;
  3. la persona tenta di ignorare o di sopprimere tali pensieri, impulsi o immagini, o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni;
  4. la persona riconosce che i pensieri, gli impulsi, o le immagini ossessivi sono un prodotto della propria mente (e non imposti dall’esterno come nell’inserzione del pensiero).

Il disturbo ossessivo compulsivo comporterà un impegno giornaliero ed un grosso consumo di energie fisiche e mentali. Queste interferiranno significativamente con le normali attività giornaliere, il funzionamento lavorativo o scolastico, andando a compromettere anche le relazioni familiari.

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Utilità delle ossessioni

Da un punto di vista puramente pragmatico, l’effetto delle ossessioni è quello di totalizzare e catalizzare tutta una parte, spesso molto consistente, dei nostri pensieri ed energie.
Quello che posso osservare nella pratica clinica è come questo processo abbia spesso delle valenze terapeutiche importanti.     
Immaginiamo ad esempio due coniugi che litigano in maniera molto accesa l’uno con l’altro. Improvvisamente nella stanza irrompe il cane che inizia a rompere tutto e abbaiare. Il litigio viene interrotto e prende il sopravvento la necessità di occuparsi del cane, di controllarlo e calmarlo.  
L’ossessione, spesso, ha la funzione del disturbo del cane: togliere (spesso in maniera irruenta e improvvisa) l’attenzione da alcune situazioni che pensiamo non saper risolvere e che se affrontate ci farebbero soffrire maggiormente. L’ossessione catalizza su se stessa le nostre preoccupazioni e paure, proprio come fanno i così detti “pensieri fissi”: paradossalmente può tenerci compagnia e salvarci dal confrontarsi con altre questioni che a un qualche livello dentro noi temiamo possano generare un dolore ben maggiore.

Trattamento

Un trattamento efficace per il disturbo ossessivo-compulsivo è l’approccio sistemico relazionale. Questo  si pone una serie di domande sulla nascita del problema all’interno della rete di relazioni, cercando al tempo stesso di mettere in atto una serie di prescrizioni (esercizi mentali o di comportamento) che riescano in breve tempo a fare rientrare il problema.
Questo intervento psicoterapico permette di intervenire da una parte sul significato del sintomo, contestualizzandolo nel nostro momento di vita e nelle relazioni a noi vicine, dall’altra agisce sul sintomo fin dai primi incontri, rendendolo meno invalidante per la persona e chi le sta vicino.

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dott. Alessandro Di Martino

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Ipocondria. Sintomi e cura

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Che cos’è l’ipocondria?          

L’ipocondria è un disturbo psicologico la cui sintomatologia prevalente può essere sintetizzata nella paura di ammalarsi. La preoccupazione scaturisce dall’erronea interpretazione di sintomi che il paziente può accusare, e che persistono anche dopo accurati esami e rassicurazioni dei medici. Spesso queste persone ritengono di non ricevere le giuste attenzioni e le cure necessarie.

La paura può diventare molto forte ed invalidante. Sentire solo parlare di malattie e di infezioni, da quelle più comuni e banali a quelle più rare e complesse, porta la persona a stati di profondo malessere e profonda paura. Queste vengono tranquillizzate solo tramite rassicurazioni mediche, che tuttavia durano pochi minuti.

Vi sono cinque elementi principali per sintetizzare questa patologia:
a) presenza di sintomi fisici, di solito multipli, spesso vaghi, talvolta estremamente specifici;
b) preoccupazione relativa al proprio corpo, ai sintomi fisici e rispetto a temi di salute e malati;
c) paura che una malattia seria possa instaurarsi;
d) sospetto e/o certezza che una malattia seria sia già in atto;
e) resistenza alla rassicurazione medica routinaria;

L’ipocondria viene descritta dai manuali psicodiagnostici come la preoccupazione eccessiva per il proprio stato di salute o la convinzione di avere una malattia grave. Questa è una malattia al confine tra il somatico e lo psichico, la cui età di esordio è compresa tra i 20 e i 30 anni. Tipicamente gli ipocondriaci rifiutano la possibilità di avere un problema psicologico, e tendono a mal interpretare la serietà di innocue e naturali fluttuazioni corporee ed a preoccuparsi enormemente per sintomi riferibili a condizioni mediche generali.

Le paure ipocondriache sono di due tipi: la paura di avere una malattia, e la paura di poter contrarre una malattia in futuro; il paziente può nutrirle entrambe perché entrambe associate alla paura della morte. Può terrorizzarsi o entrare in ansia anche se sente parlare di malattie o vedere persone che appaiano malate o legate al mondo degli ospedali e della medicina.

Queste persone sentono la forte necessità di ricorrere costantemente a medici specialisti, sottoporsi ad innumerevoli visite, esami diagnostici e terapie, per scongiurare malattie e malori (infarti, tumori, leucemie le più frequenti) di ogni genere, comportando un grosso dispendio di denaro.

Il decorso dell’ipocondria è cronico e l’associazione con disturbi d’ansia, depressivi e ossessivi compulsivi è molto frequente.

La vita familiare viene focalizzata attorno al benessere fisico dell’interessato. Le relazioni sociali possono venire disturbate: i pazienti possono adottare in maniera stabile il “ruolo di malato”, vivendo come invalidi ed evitando sforzi occupazionali o responsabilità personali.

Quali sono le cause?

Sono molto varie le cause legate all’insorgere di questo problema. Tipicamente l’ipocondria esordisce quando la persona è sotto stress, seriamente malata o in fase di convalescenza per una malattia seria o quando ha subìto la perdita di un familiare. L’ipocondria può anche insorgere quando una persona è esposta a informazioni mass-mediatiche relative alle malattie.

Come si cura?          
Rivolgendosi ad uno specialista psicoterapeuta. Il trattamento psicoterapeutico prevede i seguenti elementi:

  1. Una corretta psicoeducazione che contenga tutte le informazioni relative alla natura e al trattamento dell’ipocondria;
  2. La promozione di interpretazioni alternative dei sintomi, dello stato di salute in generale e della propria vulnerabilità alla malattia;
  3. La riduzione dei fattori di mantenimento del disturbo quali la ricerca di rassicurazione, continue visite mediche, l’evitamento di eventi e situazioni;
  4. Lo sviluppo di abilità di gestione dell’ansia;
  5. La riduzione del comportamento “da malato”, con ripristino del normale regime di attività;
  6. L’intervento per l’elaborazione di eventuali traumi scatenanti (malattie, lutti, interventi).

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La claustrofobia, il terrore di non trovare una via d’uscita

La claustrofobia

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La claustrofobia è sicuramente una delle fobie più diffuse. Essa è la paura di luoghi chiusi o troppo affollati, come ascensori, gallerie, cinema, metropolitane. Le persone che soffrono di claustrofobia manifestano malessere, sensazione di soffocamento, oppressione, e hanno l’impressione di essere rinchiusi o imprigionati ogni qual volta sono esposti alla situazione fobica.

Come per la maggior parte delle fobie, alcuni sintomi sono comuni: secchezza delle fauci, palpitazioni, sensazione di soffocamento, rossore, sudorazione fredda, nausea, vertigini, vampate di calore, panico,  iperventilazione.

L’esposizione alla situazione temuta, e talora anche solo l’idea di affrontarla, può far scattare un intenso attacco di panico. La persona che soffre di claustrofobia vive un terrore paralizzante e di conseguenza tende ad evitare tutte le situazioni “chiuse” che potrebbero far emergere nuovamente la claustrofobia.

Le persone con claustrofobia sono costrette a impostare le scelte di vita e la quotidianità in relazione al loro disturbo d’ansia e mettono in atto condotte di evitamento nei confronti della situazione ansiogena.

Nonostante la claustrofobia sia un problema molto diffuso, le persone che la vivono tendono a nasconderla e  trascurarla. Si pensa che forse un giorno la claustrofobia passerà da sola o al contrario che non c’è niente da fare. Tutto ciò, nel tempo, può far sì che la claustrofobia si strutturi come un’abitudine di vita, sostenuta da meccanismi cerebrali che si cronicizzano.

Le cause della claustrofobia, come quelle di tutte le fobie, sono molteplici e possono riguardare diverse aree. Riuscire a riconoscerle ne rende possibile la comprensione e di conseguenza l’elaborazione di strategie per la remissione dei sintomi.  Tra le cause più frequenti: si sta vivendo una situazione relazionale, affettiva o professionale che appare senza via d’uscita; siamo sottoposti a forti pressioni, richieste, aspettative e giudizi, a cui non ci si sottrae o non si può reagire; abbiamo vissuto un evento traumatico.

È molto diffuso l’uso di farmaci ansiolitici “al bisogno”, del tutto fuori dal controllo medico, per gestire l’ansia dovendo fronteggiare necessariamente certe situazioni temute. Tale strategia non ottiene altro che l’effetto di rafforzare la fobia.

Nel momento in cui la claustrofobia dura nel tempo è importante iniziare una Psicoterapia con uno specialista.

 

            a cura del

dott. Alessandro Di Martino

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