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Come raggiungere la felicità?

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Come raggiungere la felicità?

La natura del piacere

Qualcuno è felice? Siamo in grado di raggiungere la felicità?

Oggi l’importante è divertirsi, o almeno farlo vedere agli altri. Andiamo in posti sperduti, compiamo gesta eroiche solo per poi “postarle” su social network e mostrarle agli altri.  In realtà non siamo più capaci di divertirci.

Una ragione della mancanza di felicità nelle nostre vite sta nel fatto che cerchiamo di trarre divertimento dalle cose serie, mentre siamo seri in quelle attività che sono divertimento. Ciò perché siamo sempre preoccupati del risultato da ottenere, dal riconoscimento degli altri, e ciò diminuisce sensibilmente la felicità ed il piacere.     Se la perfezione è il criterio della felicità, allora la felicità è un sogno che non potrà mai realizzarsi appieno.

Una delle premesse essenziali della felicità è il totale coinvolgimento con ciò che si sta facendo; questa è la condizione essenziale della felicità e del piacere. I bambini essendo capaci di ciò, ed essendo liberi da pressioni e responsabilità, riescono a trasformare ciò che li circondano in un mondo fantastico che offre opportunità di espressioni del sé e al piacere.

“Nel processo creativo c’è un elemento di divertimento, perché la creatività trae sempre origine da una simulazione – cioè richiede la sospensione di tutto ciò che è conosciuto riguardo alla realtà esterna in modo da permettere al nuovo e all’inaspettato di emergere dall’immaginazione”.

Gli adulti riescono a trovare divertimento quando le loro attività non sono legate a serie conseguenze. Il senso umoristico, la leggerezza, si basa sulla capacità di sospendere la realtà esterna in modo da permettere che l’immaginazione giochi liberamente.

La ricerca del divertimentoimagesscaturisce dal bisogno di fuggire dai problemi, dai conflitti e dai sentimenti che sembrano intollerabili e sopraffacenti. Quando i drogati dicono “facciamoci un viaggio” parlano di questo, dell’andar via. Il consumatore di droga cambia la sua realtà interiore, mentre la situazione esterna rimane la stessa. Il bambino trasforma la sua immagine del mondo esterno mantenendo stabile la realtà della sua esperienza interiore. Allora l’avventura può perdere il suo carattere di divertimento diventando una mossa disperata per sfuggire dalla realtà. Una persona che trova piacere nella vita di tutti i giorni, non ha desideri di fuga.

Lo stato d’animo euforico scompare rapidamente non appena le richieste ed i problemi del vivere quotidiano rivendicano il loro dominio sulla mente. L’animo non può rimanere libero. Fa ritorno al corpo e alla prigione del sé, dove soggiace nuovamente all’egemonia dell’Io e al suo orientamento nella realtà. Sogniamo la felicità e corriamo dietro ai divertimenti. Non capiamo che il fondamento di una vita felice è il piacere che percepiamo nei nostri corpi e che senza questo piacere fisico di sentirci vivi, la vita diventa la spietata necessità di sopravvivere nella quale non è mai assente la minaccia della tragedia.

Ma non è necessario divertirsi o essere felici per provare piacere. Lo si può provare nelle normali condizioni di vita, perché il piacere è un modo di essere. Una persona si trova in uno stato di piacere quando i movimenti del suo corpo fluiscono liberamente, ritmicamente ed in armonia con l’ambiente. Quindi anche il lavoro può essere piacevole.

Il piacere dipende in gran parte dal nostro stato d’animo. Gradire una bella cosa quando si è depressi è difficile quando sentire il profumo di un fiore quando si è raffreddati. Inoltre il piacere ha una grande componente inconscia. Non è qualcosa di controllabile. Maggiore è la volontà con cui se ne va alla ricerca, e minori sono le possibilità di trovarlo.

Per avere piacere si deve “lasciare andare”, ovverosia lasciare che il corpo reagisca liberamente. Le inibizioni inconsce fanno diminuire il flusso di sentimento nel corpo bloccando la naturale mobilità corporea. Il comportamento è dominato dall’Io ed è incanalato verso il raggiungimento del potere, e non verso l’esperienza del piacere.

Senza piacere non può esserci creatività. Senza un atteggiamento creativo nei confronti della vita non ci sarà alcun piacere. Una persona “viva” è sensibile e creativa.

Tratto da “il Piacere” di A. Lowen

a cura del

dott. Alessandro Di Martino

Psicologo – Psicoterapeuta

Napoli – Pianura – Vomero

349.8404089 – 329.7245049

Cosa sono le ossessioni e come curarle

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Il disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è caratterizzato dalla presenza di pensieri ossessivi associati a compulsioni (particolari azioni o rituali da eseguire).Le ossessioni sono delle idee fisse, irrazionali che si presentano ripetutamente nella mente (esempio lo sporco, idee come “non ho chiuso il gas”, ricordare nomi e numeri ecc.). Le compulsioni, invece, sono dei rituali, dei gesti ripetitivi che una persona non può fare a meno di compiere altrimenti cade in ansia.

Secondo il DSM-IV, il DOC è caratterizzato da sintomi ossessivi e/o compulsivi (pensieri e/o comportamenti) che diventano fonte di marcata sofferenza e di un enorme spreco di tempo (più di un’ora al giorno) e interferendo con le normali attività quotidiane e con il funzionamento sociale e lavorativo del soggetto.

Cosa sono le ossessioni?

Per ossessioni si intendono dunque pensieri, impulsi, o immagini mentali che sono ricorrenti e persistenti, che causano ansia, che sono vissuti dalla persona come intrusivi ed incontrollabili. La persona tenta di ignorare o allontanare tali pensieri, oppure cerca di distrarsi con altri pensieri o azioni. Questa è una tentata soluzione che a volte funziona, ma il più delle volte no, ed inoltre, più la paura viene evitata e controllata, più questa sarà invasiva.

La persona è perfettamente consapevole dell’irrazionalità dei suoi pensieri, e che i suddetti sono un prodotto della propria mente. Pur riconoscendone l’irragionevolezza lotta costantemente per allontanarle dalla propria mente cercando di uscire dai labirinti mentali entro cui è rimasto imprigionato.

Cosa sono le compulsioni?

Le compulsioni, genericamente, si riferiscono al bisogno irrazionale di compiere determinate azioni, rituali, forme di pensiero in risposta a uno stato d’animo all’interno della persona. Possiamo così definirle:

  • Comportamenti o azioni mentali ripetitivi che l’individuo si sente obbligato a eseguire, come una sorta di rituale stereotipato (che può servire a “riparare” un “danno” oppure a diminuire l’ansia causata da un pensiero), per difendersi da una certa ossessione.
  • I comportamenti o le azioni mentali sono mirate a combattere le ossessioni;
  • Le compulsioni possono riguardare diverse tematiche come la contaminazione, il perfezionismo, l’ordine, il controllo.

I criteri diagnostici suggeriti dal DSM-IV per il DOC prendono in considerazione cinque punti:

  1. pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento nel corso del disturbo, come intrusivi e inappropriati, e che causano ansia o disagio marcati;
  2. i pensieri, gli impulsi o le immagini non sono semplicemente eccessive preoccupazioni per i problemi della vita reale;
  3. la persona tenta di ignorare o di sopprimere tali pensieri, impulsi o immagini, o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni;
  4. la persona riconosce che i pensieri, gli impulsi, o le immagini ossessivi sono un prodotto della propria mente (e non imposti dall’esterno come nell’inserzione del pensiero).

Il disturbo ossessivo compulsivo comporterà un impegno giornaliero ed un grosso consumo di energie fisiche e mentali. Queste interferiranno significativamente con le normali attività giornaliere, il funzionamento lavorativo o scolastico, andando a compromettere anche le relazioni familiari.

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Utilità delle ossessioni

Da un punto di vista puramente pragmatico, l’effetto delle ossessioni è quello di totalizzare e catalizzare tutta una parte, spesso molto consistente, dei nostri pensieri ed energie.
Quello che posso osservare nella pratica clinica è come questo processo abbia spesso delle valenze terapeutiche importanti.     
Immaginiamo ad esempio due coniugi che litigano in maniera molto accesa l’uno con l’altro. Improvvisamente nella stanza irrompe il cane che inizia a rompere tutto e abbaiare. Il litigio viene interrotto e prende il sopravvento la necessità di occuparsi del cane, di controllarlo e calmarlo.  
L’ossessione, spesso, ha la funzione del disturbo del cane: togliere (spesso in maniera irruenta e improvvisa) l’attenzione da alcune situazioni che pensiamo non saper risolvere e che se affrontate ci farebbero soffrire maggiormente. L’ossessione catalizza su se stessa le nostre preoccupazioni e paure, proprio come fanno i così detti “pensieri fissi”: paradossalmente può tenerci compagnia e salvarci dal confrontarsi con altre questioni che a un qualche livello dentro noi temiamo possano generare un dolore ben maggiore.

Trattamento

Un trattamento efficace per il disturbo ossessivo-compulsivo è l’approccio sistemico relazionale. Questo  si pone una serie di domande sulla nascita del problema all’interno della rete di relazioni, cercando al tempo stesso di mettere in atto una serie di prescrizioni (esercizi mentali o di comportamento) che riescano in breve tempo a fare rientrare il problema.
Questo intervento psicoterapico permette di intervenire da una parte sul significato del sintomo, contestualizzandolo nel nostro momento di vita e nelle relazioni a noi vicine, dall’altra agisce sul sintomo fin dai primi incontri, rendendolo meno invalidante per la persona e chi le sta vicino.

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dott. Alessandro Di Martino

Psicologo – Psicoterapeuta

Napoli – Pianura – Vomero

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La claustrofobia, il terrore di non trovare una via d’uscita

La claustrofobia

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La claustrofobia è sicuramente una delle fobie più diffuse. Essa è la paura di luoghi chiusi o troppo affollati, come ascensori, gallerie, cinema, metropolitane. Le persone che soffrono di claustrofobia manifestano malessere, sensazione di soffocamento, oppressione, e hanno l’impressione di essere rinchiusi o imprigionati ogni qual volta sono esposti alla situazione fobica.

Come per la maggior parte delle fobie, alcuni sintomi sono comuni: secchezza delle fauci, palpitazioni, sensazione di soffocamento, rossore, sudorazione fredda, nausea, vertigini, vampate di calore, panico,  iperventilazione.

L’esposizione alla situazione temuta, e talora anche solo l’idea di affrontarla, può far scattare un intenso attacco di panico. La persona che soffre di claustrofobia vive un terrore paralizzante e di conseguenza tende ad evitare tutte le situazioni “chiuse” che potrebbero far emergere nuovamente la claustrofobia.

Le persone con claustrofobia sono costrette a impostare le scelte di vita e la quotidianità in relazione al loro disturbo d’ansia e mettono in atto condotte di evitamento nei confronti della situazione ansiogena.

Nonostante la claustrofobia sia un problema molto diffuso, le persone che la vivono tendono a nasconderla e  trascurarla. Si pensa che forse un giorno la claustrofobia passerà da sola o al contrario che non c’è niente da fare. Tutto ciò, nel tempo, può far sì che la claustrofobia si strutturi come un’abitudine di vita, sostenuta da meccanismi cerebrali che si cronicizzano.

Le cause della claustrofobia, come quelle di tutte le fobie, sono molteplici e possono riguardare diverse aree. Riuscire a riconoscerle ne rende possibile la comprensione e di conseguenza l’elaborazione di strategie per la remissione dei sintomi.  Tra le cause più frequenti: si sta vivendo una situazione relazionale, affettiva o professionale che appare senza via d’uscita; siamo sottoposti a forti pressioni, richieste, aspettative e giudizi, a cui non ci si sottrae o non si può reagire; abbiamo vissuto un evento traumatico.

È molto diffuso l’uso di farmaci ansiolitici “al bisogno”, del tutto fuori dal controllo medico, per gestire l’ansia dovendo fronteggiare necessariamente certe situazioni temute. Tale strategia non ottiene altro che l’effetto di rafforzare la fobia.

Nel momento in cui la claustrofobia dura nel tempo è importante iniziare una Psicoterapia con uno specialista.

 

            a cura del

dott. Alessandro Di Martino

Psicologo – Psicoterapeuta

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Ipocondria. Il malato immaginario

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Che cos’è l’ipocondria?          

L’ipocondria è un disturbo psicologico la cui sintomatologia prevalente può essere sintetizzata nella paura di ammalarsi. La preoccupazione scaturisce dall’erronea interpretazione di sintomi che il paziente può accusare, e che persistono anche dopo accurati esami e rassicurazioni dei medici. Spesso queste persone ritengono di non ricevere le giuste attenzioni e le cure necessarie.

La paura può diventare molto forte ed invalidante. Sentire solo parlare di malattie e di infezioni, da quelle più comuni e banali a quelle più rare e complesse, porta la persona a stati di profondo malessere e profonda paura. Queste vengono tranquillizzate solo tramite rassicurazioni mediche, che tuttavia durano pochi minuti.

Vi sono cinque elementi principali per sintetizzare questa patologia:
a) presenza di sintomi fisici, di solito multipli, spesso vaghi, talvolta estremamente specifici;
b) preoccupazione relativa al proprio corpo, ai sintomi fisici e rispetto a temi di salute e malati;
c) paura che una malattia seria possa instaurarsi;
d) sospetto e/o certezza che una malattia seria sia già in atto;
e) resistenza alla rassicurazione medica routinaria;

L’ipocondria viene descritta dai manuali psicodiagnostici come la preoccupazione eccessiva per il proprio stato di salute o la convinzione di avere una malattia grave. Questa è una malattia al confine tra il somatico e lo psichico, la cui età di esordio è compresa tra i 20 e i 30 anni. Tipicamente gli ipocondriaci rifiutano la possibilità di avere un problema psicologico, e tendono a mal interpretare la serietà di innocue e naturali fluttuazioni corporee ed a preoccuparsi enormemente per sintomi riferibili a condizioni mediche generali.

Le paure ipocondriache sono di due tipi: la paura di avere una malattia, e la paura di poter contrarre una malattia in futuro; il paziente può nutrirle entrambe perché entrambe associate alla paura della morte. Può terrorizzarsi o entrare in ansia anche se sente parlare di malattie o vedere persone che appaiano malate o legate al mondo degli ospedali e della medicina.

Queste persone sentono la forte necessità di ricorrere costantemente a medici specialisti, sottoporsi ad innumerevoli visite, esami diagnostici e terapie, per scongiurare malattie e malori (infarti, tumori, leucemie le più frequenti) di ogni genere, comportando un grosso dispendio di denaro.

Il decorso dell’ipocondria è cronico e l’associazione con disturbi d’ansia, depressivi e ossessivi compulsivi è molto frequente.

La vita familiare viene focalizzata attorno al benessere fisico dell’interessato. Le relazioni sociali possono venire disturbate: i pazienti possono adottare in maniera stabile il “ruolo di malato”, vivendo come invalidi ed evitando sforzi occupazionali o responsabilità personali.

Quali sono le cause?

Sono molto varie le cause legate all’insorgere di questo problema. Tipicamente l’ipocondria esordisce quando la persona è sotto stress, seriamente malata o in fase di convalescenza per una malattia seria o quando ha subìto la perdita di un familiare. L’ipocondria può anche insorgere quando una persona è esposta a informazioni mass-mediatiche relative alle malattie.

Come si cura?          
Rivolgendosi ad uno specialista psicoterapeuta. Il trattamento psicoterapeutico prevede i seguenti elementi:

  1. Una corretta psicoeducazione che contenga tutte le informazioni relative alla natura e al trattamento dell’ipocondria;
  2. La promozione di interpretazioni alternative dei sintomi, dello stato di salute in generale e della propria vulnerabilità alla malattia;
  3. La riduzione dei fattori di mantenimento del disturbo quali la ricerca di rassicurazione, continue visite mediche, l’evitamento di eventi e situazioni;
  4. Lo sviluppo di abilità di gestione dell’ansia;
  5. La riduzione del comportamento “da malato”, con ripristino del normale regime di attività;
  6. L’intervento per l’elaborazione di eventuali traumi scatenanti (malattie, lutti, interventi).

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dott. Alessandro Di Martino

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ANSIA, Istruzioni per l’uso

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ANSIA, Istruzioni per l’uso.

Cosa ci succede quando sentiamo l’ANSIA?

L’ansia può manifestarsi in diverse maniere:

Fisicamente porta una sintomatologia del tipo: Panico, Palpitazioni, Vertigini, Nausea, Aumento della sudorazione, Disturbi della sessualità, Disturbi visivi, Emicranie, Debolezza, Tremori, Oppressione toracica o gastrica, Aumento della frequenza respiratoria, Colite;

Psicologicamente ed emozionalmente provoca una grande confusione mentale e paura, spesso terrore, che da un momento all’altro si possa star male, svenire, perdere il controllo, impazzire o addirittura morire.

Ciò che spaventa di più è la sensazione di non poter far nulla per evitarlo. Si prova quindi una profonda paura non tanto di ciò che sta accadendo al momento, quanto di qualcosa che potrebbe accadere. La Paura della Paura. Da qui iniziano una serie di pensieri su un immediato futuro negativo: è a questo punto che il panico prende il sopravvento.

Cosa fare in quei momenti?

Spesso ci arrabbiamo con noi stessi perché stiamo avvertendo questa sensazione così brutta e al tempo stesso cerchiamo di lottare contro quest’ansia per mandarla via. Bisogna invece essere cedevoli ed accettare che in quel momento si sta sentendo la paura. Tanto più forte è la resistenza, tanto più forte la voglia di controllarla tanto più l’ansia si farà più forte.

La salute emotiva è la capacità di accettarsi, completamente e profondamente, anche se si sta sentendo l’ansia. Bisogna accogliere qualsiasi emozione si stia manifestando, autorizzando se stessi ad averla (piuttosto che cercare di mandarla via). Riconoscere la paura e concedercela, senza critiche o giudizi di nessun genere.

In quei momenti l’unica cosa che funziona veramente sono “parole amorevoli”. Immaginate un bambino che viene da voi impaurito ed angosciato. Lo critichereste e lo offendereste? Oppure lo accogliereste con parole amorevoli e carezze, cercando di tranquillizzarlo e rassicurarlo? “non preoccuparti tesoro mio, adesso passa”. Invece tendiamo sempre a criticarci ed offenderci per la solita paura che ci è venuta. Chi è ansioso non è malato, è particolarmente sensibile e attiva l’ansia più facilmente.

 Spesso si è portati ad evitare situazioni avvertite come pericolose. Evitare equivale ad imprigionare la vitalità e la voglia di vivere. Possiamo imparare a rallentare, ma bisogna continuare ad andare. Se fuggiamo dalle situazione, l’ansia si potrà abbasserà ma la paura salirà.  Se non ci fermiamo sia l’ansia che la paura si abbasseranno e potremo, in poco tempo, continuare a fare quello che facevamo una volta.

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Possiamo uscire dal tunnel! Possiamo imparare ad affrontare, con piccoli passi, le nostre paure. Ci poniamo piccoli obiettivi ed usciamo fuori dal nostro tunnel. Ricordiamoci che non c’è pericolo, i sintomi che sentiamo non mettono in pericolo la nostra vita.

Ci dimentichiamo inoltre di respirare. Il respiro ci libera. Possiamo Respirare profondamente e ad accorgerci quando smettiamo di farlo. Possiamo stenderci ed abbandonarci, ascoltando il nostro respiro che si fa sempre più calmo e profondo.

“Anche se sento l’ansia mi accetto. Completamente e profondamente. Cedo ad essa e mi abbandono. Mi concentro sulla respirazione ed attendo che si faccia più calma e lunga”. Queste parole, unite alla rassicurante presenza di qualche persona cara, con una respirazione profonda permette di gestire i momenti più incontrollabili.

La Cura

Evitare di parlarne ed evitare situazioni non permette alla persona di sapere quanto il problema è diffuso e soprattutto quanto sia possibile migliorare e risolvere la maggior parte dei sintomi con terapie psicologiche brevi e mirate. Gli attacchi di Ansia, nelle sue varie forme, sono alquanto invalidanti e provocano tanta sofferenza. Nel momento in cui la sintomatologia ansiosa dura nel tempo è importante iniziare una terapia.

L’approccio farmacologico (psicofarmaci) può risultare efficace, soprattutto per  situazioni gravi; quest’ultimo ha tuttavia l’inconveniente di “tamponare” momentaneamente i sintomi lasciando inalterate le vere fonti degli attacchi di panico. Gli effetti collaterali degli psicofarmaci, possono rappresentare un altro inconveniente di questo approccio. È importante inoltre comprendere il vero significato dell’attacco di ansia. L’attacco d’ansia è la nostra vitalità e la nostra energia che noi non facciamo uscire fuori, che cerchiamo di controllare. L’ansia è “vorrei fare tante cose ma….”. Il farmaco non farà altro quindi che tamponare e soffocare la nostra voglia di vivere meglio.

La Psicoterapia e la terapia breve, risultano dai dati scientifici le cure più efficaci per i disturbi di ansia e di panico. Essendo la psicoterapia un lavoro estremamente personale, “sartoriale” si differenzia da individuo ad individuo. La storia personale è una variabile importantissima per capire la natura degli attacchi di panico. L’approccio psicoterapeutico nella cura degli attacchi di ansia consiste nella presa di coscienza da parte del paziente dei motivi che hanno fatto nascere le crisi di panico. La psicoterapia fa comprendere alla persona il ruolo dell’ansia, il ruolo dello stress, della personalità, degli evitamenti nella cronicizzazione del disturbo. Infine sostiene ed aiuta la persona ad uscire da questo tunnel riprendendosi la propria vita.                                                         

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dott. Alessandro Di Martino

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Sesso nel matrimonio

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Il sesso nel matrimonio

Secondo recenti studi della Società Italiana di Andrologia nel nostro Paese il 20% delle separazioni deriva dalla mancanza o dall’insufficienza di sesso nella vita coniugale della coppia.

I piccoli dettagli della sessualità esprimono una gran quantità di significati. Il sesso non costituisce semplicemente una parte della relazione coniugale, ma incarna, metaforicamente, la profondità, la qualità, il livello d’intimità dell’intero rapporto emotivo della coppia. I piccoli dettagli della sessualità indicheranno la qualità del rapporto, della relazione tra due individui, come ad esempio i baci, gli abbracci, come si fa l’amore.

Di fatto la sessualità si prepara fuori dal letto, negli atteggiamenti della vita quotidiana. E’ molto difficile che essa sia un vero terreno d’incontro quando lo scontro, l’ostilità, la lotta per il potere o per affermare il proprio ruolo è nel repertorio consueto dei partner.

La sessualità nella coppia diventa specchio della sua intimità. La maggior parte delle coppie impiega anni nel cercare di non svelarsi all’altro per come davvero si è, al fine di sentirsi sempre più accettati, oppure per evitare temuti confronti. Ciò soffocherà inevitabilmente ogni possibile contatto d’intimità e sincerità nel rapporto, con disastrosi effetti sulla sessualità.

Un esempio può essere osservare che quando si fa l’amore è cosa rara guardarsi negli occhi. La maggior parte delle coppie chiude gli occhi, per evitare l’incontro con l’altro, perché paradossalmente sarebbe difficile reggere tanta intimità, per concentrarsi solo sulle proprie sensazioni fisiche. Tollerare un grado d’intimità alto è assai difficile e per abbassare la temperatura si bloccano i canali emotivi. “Vedere ed esser visti” è una cosa che può anche esser terrificante e per questo il contatto emotivo viene raffreddato.

Mostrarsi all’altro come realmente si è, senza la paura di sentirsi rifiutati e, al tempo stesso, essere sufficientemente sicuri da non rinunciare alla propria identità per soddisfare i desideri del partner. In genere, questo non è un punto di partenza, è una meta da raggiungere.

L’illusione di conoscersi veramente. La fatica di non mostrarsi. La consapevolezza di ciò rappresenta un primo mattone per la costruzione di una profonda intimità.

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dott. Alessandro Di Martino

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